Mario Barzaghi e la danza Kathakali di Sunil Deepak, 2 giugno 2008

Il 13 aprile 2008, Mario Berzaghi dell’Associazione Culturale Teatro dell’Albero era a Bologna per uno spettacolo di danza del sud dell’India, la kathakali, nel ambito del festival del cinema Human Rights Nights 2008. Mentre lui si preparava, truccava e vestiva per lo spettacolo, ho registrato una piccola intervista con lui, anche se venivamo Mario Barzaghi e la danza Kathakkaliinterrotti continuamente durante questa intervista per le questioni pratiche. Nella trascrizione dell’intervista MB significa Mario Berzaghi e SD significa Sunil Deepak.

SD: Cominciamo dall’inizio, quando e come hai iniziato con la danza kathakali?

MB: Ho iniziato a fare il kathakali nel 1981 al Teatro Tascabile di Bergamo. Un gruppo teatrale che tutt’ora esiste e che aveva iniziato a lavorare come lavoro di ricerca al teatro indiano nel 1978. Quindi quando io sono entrato in questo gruppo nel 1981, il regista del Teatro Tascabile mi ha chiesto di studiare kathakali, di fare pratica con mio maestro, che è tutt’ora il mio maestro, e si chiama Kalaamandalam K. M. John. Lui viene da Kerala Kalamandalam che è una delle scuole più prestigiose di kathakali. Quindi è stato un lavoro, un’opportunità che io ho incontrato entrando in quella compagnia, quel gruppo. Questo lavoro attorno al teatro classico era già iniziato ...

(Dopo un’interruzione), SD: Racconta un po’ delle tue esperienze prima di arrivare a kathakali. Conoscevi già l’India e le diverse danze classiche indiane?

MB: Non avevo benché la minima idea! Prima di entrare al Teatro Tascabile di Bergamo, Mario Barzaghi e la danza Kathakkalifacevo teatro di sera e avevo il mio lavoro ufficiale, ero un operaio metalmeccanico. Così facevo operaio e facevo teatro con il mio gruppo che si chiamava Teatro Sette, lavoravamo a Inzago in provincia di Milano. La mia formazione teatrale è iniziata così in modo parallelo perché avevo un lavoro ufficiale. Quindi come fanno i dilettanti quali si dilettano, come fanno gli amatori i quali amano il teatro, facevo teatro in quel modo. Avevo il mio lavoro ufficiale e c’era questa passione, non era un’hobby, questa passione che mi divorava in qualche modo. Avevamo dei ritmi molto, ma molto, forti.

SD: Vuoi dire che bisogna fare i sacrifici per le proprie passioni?

MB: Diciamo che se uno è appassionato, non li vive come sacrifici, li vive come necessità. E’ un bisogno. Anzi direi che in quel periodo ero felicissimo di fare il teatro perché vivevo il lavoro in maniera alienante, mentre il lavoro artistico è esattamente il contrario. Era una grande scelta. La grande scelta di avere l’opportunità di vivere la vita in un altro modo.

Questo per dire che nel 1981, quando sono arrivato al Teatro Tascabile di Bergamo, avevo Mario Barzaghi e la danza Kathakkaligià una formazione teatrale che però non riguardava il teatro kathakali. Teatro kathakali l’ho incontrato entrando nel Teatro Tascabile di Bergamo. Sono rimasto con loro per 14 anni.

SD: Il tuo maestro K. M. John, dove l’hai incontrato? E’ stato in India o in Italia?

MB: Kathakali essendo diventato ... diciamo che si è che si è aperto ai teatri. Ovviamente questo cambiamento ha determinato un cambiamento rispetto agli artisti che fanno kathakali, perché prima loro stavano in India e kathakali si poteva vedere soltanto in certe situazioni. Nei templi, nelle feste, nei club. Alcune volte anche in teatro. Sostanzialmente è un’arte sacra, e difficilmente veniva visto nei teatri. Adesso le cose sono cambiate perché l’occidente si è molto interessata a kathakali e questo ha provocato ovviamente dei rapporti. Un cambiamento dei rapporti per cui molte troupe venivano in Italia per lavorare. Il mio maestro molto spesso viene in Europa, in Italia. Per Mario Barzaghi e la danza Kathakkalicui ho avuto la possibilità sia di andare in India che lavorare con lui in Italia. Dipende anche da suo calendario.

(Dopo un’interruzione), SD: Quando sei stato in India, il tuo incontro con kathakali più tradizionale legata alla vita dei templi, quali differenze hai notato tra quello che avevi conosciuto in Italia e quello che viene vissuto in India?

MB: E’ molto diverso fare kathakali in un tempio rispetto ad un teatro. Se faccio kathakali in un teatro, pur interpretando una divinità, sono in un contesto laico. Mentre in un tempio, le responsabilità sono maggiori. E’ come se ci fosse davanti non degli spettatori ma dei fedeli. Questa è la differenza rispetto alle due situazioni che grazie al cielo, ho potuto frequentare perché con mio maestro ho fatto degli spettacoli in templi. Mio maestro faceva da tramite quindi ho potuto fare questo, perché lavoravo con il maestro.

SD: Che cosa ha significato questo incontro con kathakali per te come persona?

MB: Un approfondimento dell’etica. Gli artisti di kathakali sono abituati, prima di entrare nello spazio salutano il suolo, la madre terra. Poi salutano il maestro. Poi salutano le divinità. Invece noi in modo più laico, non abbiamo queste regole in occidente. Quindi entriamo nello spazio teatrale, non sempre si produce questa differenza nel Mario Barzaghi e la danza Kathakkalicomportamento. Questa è una delle cose che ho notato da subito. Questa sacralità che non è solenne, è normale. E’ un atteggiamento che non è ridondante, non è mai sopra le righe, e forse per questo mia colpito.

(Dopo un’interruzione) SD: Siamo interrotti continuamente, forse non è il contesto adatto per registrare un’intervista?

MB: (ride), No, forse non è contesto adatto, però è interessante perché è un po’ come succede in India. In India tutto succede in contemporanea. In India paradiso e inferno convivono. Bene e male si intrecciano. Hai delle visioni terrificanti e subito dopo delle visioni divine. Nei templi, per esempio, la gente vede kathakali, l’atteggiamento che la gente ha, diversamente da quello occidentale che viene influenzato dal aspetto esotico, mentre in India, il pubblico ha un atteggiamento assolutamente laico. Per cui quando devi andare a prendere una banana o un chai, si alza, se ne va e poi ritorna e guarda lo Mario Barzaghi e la danza Kathakkalispettacolo. Magari anche con delle pause dove si dorme oppure si riposa. Qui in occidente, le cose esotiche non riescono a penetrare, allora l’atteggiamento del pubblico è di totale rispetto, ma di un rispetto inappropriato. Per cui non si è capito qual’è lo spirito. E’ uno spirito rovesciato, per cui si presta attenzione in maniera abnorme.

Mentre uno spettacolo di kathakali ha un aspetto quotidiano che lo attraversa. Ovviamente i livelli sono tanti, perché c’è un livello colto, e un livello popolare. Una storia di kathakali può soddisfare tanti pubblici. Può soddisfare la persona che non conosce le mudra, il linguaggio delle mani, che non conosce la storia e può soddisfare anche il critico che conosce ogni singolo dettaglio.

SD: Vuoi dire che si può apprezzare uno spettacolo di kathakali anche senza conoscerlo in maniera approfondita?

MB: E’ un teatro che lavora su archetipo. Quindi come modello che ha uno spettro molto ampio e può soddisfare tante persone. Accoglie tante persone.

SD: Ci fermiamo qui. Grazie Mario.

Un'introduzione allo spettacolo di Mario Barzaghi: Hanuman il Re delle scimmie

"Kathakali" significa letteralmente: "raccontare storie", ed il frammento che vedrete è tratto dal "Kalyana Saugandikam: la ricerca del fiore meraviglioso".

Uno spettacolo di Kathakali dura un'intera notte, inizia al calare Mario Barzaghi e la danza Kathakkalidel sole e termina all'alba. La storia da cui è stato tratto il frammento dura circa quattro ore. In India esistono diversi teatri-danza classici, il Kathakali è fra questi, uno dei più importanti e conosciuti. Reso famoso, stimato e rispettato in occidente, soprattutto per il rigore e la precisione del suo allenamento, il Kathakali è una grande macchina teatrale che attraverso uno studio pratico, (dai sei agli otto anni), mette in-forma gli attori-danzatori.

La forma classica attuale risale al 16° secolo, periodo nel quale i Maharaja diedero un grande impulso a quest'arte sacra. Il Kathakali, teatro epico per eccellenza, mette in scena l'epopea indiana, le storie sono tratte dal Mahabaratha e dal Ramayana. Nel kathakali non esiste nessuna separazione fra teatro e danza, il corpo dell'attore è impegnato su vari livelli, i piedi: danzano la storia, le mani: traducono il testo poetico attraverso un alfabeto molto elaborato basato su 24 segni o Mudra , il volto: attraverso 9 espressioni di base ed un grande controllo dei muscoli facciali, permette di seguire lo svolgimento drammaturgico della storia.

Mario Barzaghi con il Teatro dell'Albero ha iniziato un percorso che oscilla tra la filologia della tradizione e l'apertura di un dialogo, la Mario Barzaghi e la danza Kathakkalicreazione di un ponte verso l'occidente. Ha iniziato a praticare il Kathakali nel 1981 , è allievo del Maestro Kalamandalam K.M. John.

Dicevamo che Kathakali significa raccontare storie, allora spieghiamo di quale storia si tratti.

Hanuman,il Re delle scimmie,(figlio del vento e figlio di una regina scimmia), si trova nella foresta in profonda meditazione. All'improvviso qualcosa lo disturba, controlla a sinistra, a destra, pensa: "Che succede, per quale motivo la mia mente vacilla?". Hanuman decide, seguendo i dettami dello yoga, di eseguire un linfodrenaggio per pulire i vasi linfatici ed avere così una meditazione più profonda. Quello che prima era un piccolo disturbo si trasforma in una esplosione: "Cos'è questa esplosione che rompe i timpani delle mie orecchie?" Segue una coreografia quadrata attorno allo sgabello, che sta ad indicare un cambiamento di spazio e di tempo, o a rendere visibile il pensiero del personaggio.

"Cos'è questo fragore? Sono forse le montagne che si stanno scontrando?"

"No! Non è possibile. Molto tempo fa, Indra, con la sua spada di diamante, tagliò le ali alle montagne".

Dovete sapere che, molto tempo fa, le montagne avevano le ali: un giorno, Indra ,(il capo degli DEI), stanco del traffico celeste, decise di porre fine a tutti gli incidenti tagliando le ali alle montagne e fissandole Mario Barzaghi e la danza Kathakkalidefinitivamente al suolo. Hanuman ci mostra, diventando Indra, quello che è successo moltissimi anni fa: coreografia quadrata, punto di vista, taglio delle ali: "fine del traffico celeste". "Se così lui ha fatto, il fragore che sento non può essere quello delle montagne". Coreografia quadrata, si dirige verso la fonte sonora: "Laggiù, un uomo enorme con la clava gli alberi.". Hanuman, ci mostra quello che vede: una sorta di Ercole indiano che entrando nella foresta sradica ed abbatte gli alberi. "Si avvicina, lui chi è? Voglio conoscerlo".

Fine della parte introduttiva dove la musica è solo percussiva, il testo poetico introdotto , viene cantato dal 1° e dal 2° cantante e tradotto simultaneamente dall'attore. Nella prima strofa Hanuman descrive l'arroganza del personaggio che si sta inoltrando nella foresta sconvolta dalla sua violenza. Seconda strofa:" persino i leoni si sono rifugiati nelle loro tane e, nervosamente, stanno nascosti". Segue una danza pura estremamente complicata dai cambiamenti ritmici, dove l'attrazione verso il personaggio ed una inspiegabile felicità danno il sapore alla danza stessa. "Perché, per quale motivo mi sento, da lui attratto?". Hanuman mette a fuoco, cerca di capire di chi si tratta: "Ah! È Bhima, mio fratello minore, adesso metterò a dura prova la sua forza e gli insegnerò la verità".

Hanuman e Bhima sono fratellastri, figli del vento ma non della stessa madre. Bhima è uno dei 5 fratelli Pandhavas che alla fine del Mahabharata si scontreranno con i Kauravas, facendo trionfare il bene sul male. I due fratellastri non si sono mai incontrati, questo è il loro primo incontro, utilizzando i suoi poteri Hanuman si trasformerà , salendo sullo sgabello, in una vecchia e puzzolente scimmia che ostacolerà il cammino a Bhima.

Hanuman approfitterà di questo incidente per impartire una lezione morale al fratello minore: "per superare gli ostacoli della vita, devi usare la forza della mente e non la violenza".

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