sabato, giugno 30, 2007
Induismo
Penso che sia più facile per le altre religioni che hanno un profeta e un libro sacro, mentre in induismo puoi anche non accettare nessun profeta e nessun libro sacro o magari accettare diversi profeti e altrettanto libri sacri, che non concordano tra di loro. Per questo penso che induismo sia la religione più difficile da spiegare agli altri.
Una spiegazione dell’induismo che ho letto recentemente e che mi è sembrato interessante è scritto da un’avocatessa americana, Aditi Banerjee, scrittrice del libro “Invading the Sacred” (Invasione del sacro):
E’ una delle religioni più antiche del mondo basato sulla realizzazione e non sulla rivelazione. Induismo si è evoluto dalle esperienze collettive di suoi mistici, i yogi, gli adoratori di Dio. Ciò vuol dire che la religione ha origine nell’esperienza, nella realizzazione della consapevolezza, non ha i dogmi rivelati da qualcuno, è cresciuto dalla base che non era mai stato organizzato dall’esterno, perché non aveva bisogno di un regolamento istituzionale che ne definiva la forma o i limiti o gli significati precisi.
E’ l’unica forma di religione che considera divina la forza femminile, Shakti. In induismo, la sublimazione del mondo fisico tramite il sistema di Tantra ha uguale importanza alla via della Sadhana (meditazione) spirituale ascetico dello Yoga. Da una parte ha l’espressione del amore appassionato in Bhakti e dall’altra ha le filosofie cliniche, sottili e complesse di Advaita Vedanta.
giovedì, giugno 28, 2007
Le Radici del Cuore

Il libro non è molto lungo, anzi, considerando che racconta la storia di oltre 25 anni nella vita di suoi protagonisti, è un libro piuttosto breve. La storia dei due emigrati indiani in America, Ashok e Ashima, era raccontata con grandi pennellate che mi lasciavano la libertà di riempire i dettagli dalla mia fantasia, dai particolari delle persone che avevo conosciuto e delle volte, immaginare me stesso e la mia famiglia come i protagonisti del romanzo.
Se il libro affrontava la storia con grandi pennellate, il film la affronta con brevi scene un po’ staccate per far capire il passaggio degli anni. In questo senso, la vita dei protagonisti del film non è un fiume che corre, ma piuttosto, una serie di fotografie che delle volte danno il senso di episodi distaccati.

Mi piacciono molto i due attori indiani, i principali protagonisti del film, Tabu come Ashima e Irrfan come Ashok. Anche in questo film, i due sono meravigliosi. Tabu come Ashima mi sembrava diversa da come l’avevo immaginata leggendo il libro, ma lei è molto brava. Invece Irrfan incarna molto meglio, il personaggio descritto nel libro. Ovviamente questi sono giudizi molto soggettivi.
La scena del film dove Ashok racconta la storia dietro il nome Gogol al figlio, era una delle mie parti favorite del libro. Nel film, Irrfan Khan riesce a dare un’intensità a questa scena che la rende memorabile.
Il giovane attore americano di origine indiana, Kal Penn, nel ruolo di Gogol/Nikhil mi è piaciuto. Non mi ricordavo tutta la parte relativa alla sua decisione di rasarsi la testa alla morte del padre nel libro, forse non c'era nel libro, invece nel film, questa scena l’ho trovato toccante e significativa.

Verso la fine del film, durante la sua festa di addio, Ashima dice, “Anche se le sue ceneri sono state versate nel fiume Gange in India, ogni volta che penserò a Ashok, lo penserò qui in America, tra di voi, in questa casa.”
E pensavo alle radici del cuore che crescono dove tu non li aspettavi, e che stanno in fondo all’esperienza dell’emigrato. Quando lasci il tuo paese d’origine, ti manca tutto – la famiglia, gli amici, la lingua, la musica… e nel tuo nuovo paese, ogni volta che pensi alla parola “casa” pensi alla casa lasciata nella tua terra lontana. Poi, non ti accorgi quando l’immagine della tua casa nel tuo nuovo paese sostituisce la “casa” nel tuo cuore. Le radici che soffrivano dello sradicamento, si trovano accanto nuove radici che affondano nella tua nuova terrà.
Prima o poi, ti accorgi che parte di te vive in una terra di mezzo, qualcosa che sta soltanto nel tuo immaginario. Per le persone che avevi lasciato in dietro, diventi uno straniero. Ogni volta che torni nel “tuo” paese, lo trovi sempre meno tuo. Ma non ti senti del tutto accettato dalla tua nuova terrà. Ogni volta che incontri qualcuno di nuovo, quasi sempre inizia con la domanda, di dove sei? Sei condannato ad essere un forestiero per sempre, un extracomunitario. La tua terrà ideale sta dentro il tuo cuore, un po’ di qua nella tua nuova terra, un po’ di là nella terra che hai lasciato in dietro.
Ashima dice ai figli, “Non riesco a credere che siete usciti dal mio grembo, siete così diversi che non vi capisco ne anche.” Come emigrato impari che figli cresciuti nella tua nuova terra hanno le loro radici qui, che anche loro delle volte non ti capiscono, un po’ come tutti gli altri che ti vedono “extra” dalla loro comunità, ma che dentro i loro cuori portano un pezzo di tuoi radici, consapevoli o inconsapevoli.
“Mi è piaciuto molto il film”, mi disse mio figlio, “quel signore, il papà di Gogol, mi faceva pensare al nonno.” Restai senza parole per un secondo. Lui aveva visto suo nonno, mio papà, nella figura di Ashok?
Era forse vero che Ashok aveva qualcosa di mio papà, ho pensato. Suo modo di vestire, l’intensità negli occhi, l’idealità di fondo. Ma come ha fatto mio figlio a riconoscere tutto questo, ha visto soltanto qualche vecchia foto del nonno? Mio papà era morto più di 30 anni fa, quando avevo più o meno l’età di mio figlio oggi.
Delle volte non riesco a ricordare la sua faccia, la sua voce. Delle volte devo guardare la sua foto per sentirlo vicino. Come ha fatto mio figlio riconoscerlo enl protagonista del film? Mi sono sentito commosso. Forse un po’ delle mie radici, quelle che mi sembrano scomparse, li porta dentro il suo cuore anche lui? Quelle radici che non sanguinano più, non fanno più male, sono soltanto come un arto fantasma, qualcosa che ti avevano amputato ma che ogni tanto sogni di avere ancora.
sabato, giugno 09, 2007
Benzina con piombo e giornalisti senza piombo
Piombo è neurotossico e assumere quantità piccole di piombo porta a allucinazioni, cecità, insonnia, blocco renale, cancro, paralisi e convulsioni.
La storia dell’uso commerciale del piombo nella benzina e la lotta per avere la benzina senza piombo, è una storia importante per capire le difficoltà legate alla lotta contro le potenze commerciali anche quando si sa che la loro condotta costa tante vite. Questa storia ne è soltanto un’esempio.
La storia della "benzina con piombo" è raccontata da Bill Bryson nel suo libro “A Short History of Nearly Everything” (in italiano, “Breve storia di (quasi) tutto”, editore Guanda, 2006). Bryson è uno scrittore meraviglioso, capace di rendere interessante ogni parola. Se vi interessa capire la scienza, il perché di tante cose, raccomando vivamente questo libro.
Nel 1923 tre giganti americani General Motors, Dupont e Standard Oil hanno insieme fondato Ethyl Corporation per produrre e commercializzare Piombo Tetraetilene. Bryson racconta la storia di intossicazione, disabilità e morti delle persone che lavoravano nell’impianto già dai primi anni della produzione e gli sforzi dei produttori di nascondere queste informazioni e di continuare a sostenere che la benzina con piombo era qualcosa di innocuo e utile, senza gravi effetti collaterali.
Claire Patterson, un ricercatore americano che lavorava sulla misurazione di piombo nell’ambiente iniziò la sua lotta contro la benzina con piombo nel 1948, quando scoprì che prima del 1923 non vi era piombo nell’ambiente e dopo l’inizio della vendita della benzina con piombo, i suoi livelli ambientali avevano iniziato a salire e creavano malattie.
Se Pensiamo che in Italia la vendita di benzina senza piombo è avvenuta soltanto pochi anni fa, si può capire le difficoltà che ha dovuto affrontare Patterson per continuare la sua lotta e per convincere le persone di avere ragione. Ethyl Corporation usò tutti i mezzi possibili per screditare Patterson e sminuire il suo lavoro. Lottare contro le grandi corporazioni è una cosa pericolosa, anche perché le corporazioni hanno molti mezzi alla loro disposizione e la maggior parte di noi, tende a evitare le persone un po’ passionali e convinte che seguono una causa.
Invece i giornalisti della carta stampata e televisione, loro non dovrebbero cercare la verità e informare l’opinione pubblica? Forse il loro lavoro non è semplice perché le stesse corporazioni o i loro amici sono padroni anche dei giornali e delle televisioni, ma penso che questa apatia dei giornalisti dipende anche da un po’ di pigrizia e da una voglia di una vita più comoda e meno disturbata.
Nuovo numero di Internazionale presenta l’inchiesta di Malcolm Gladwell sullo scandalo Enron e scrive, “E’ la dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, di quello che Beppe Grillo va ripetendo da anni sulle pagine di questo giornale: se perfino un comico era in grado di prevedere il crac della Parmalat, dov’erano i giornalisti? Che faceva intanto la magistratura? In Italia i mezzi di informazione sembrano interessati più a cavalcare le emozioni che a descrivere la realtà. Il paese è diventato il set di una fiction televisiva permanente, e intanto i giornalisti si lamentano che non hanno i mezzi o lo spazio per fare buone inchieste.
Come dimostra la inciheista sul caso Enron, il problema non riguarda soltanto Italia. Per fortuna che vi sono ancora programmi come il Report, anche se sono pochi e sono spesso relegati alle ore più strane della notte!
venerdì, giugno 08, 2007
Soltanto per caso?
Un po’ più avanti, c’era un uomo, anche lui con alcuni fogli di carta in mano e lui leggeva. Mi sono fermato incuriosito. Una ragazza mi ha consegnato un foglio. Era uno dei canti dalla Divina Commedia di Dante Alleghieri. Ho guardato oltre e ho visto un uomo, tutto solo, anche lui stava leggendo. Ho subito deciso che nessuno doveva leggere un canto tutto da solo senza nessuno ad ascoltarlo e così mi sono avvicinato a lui.
L’italiano della Divina Commedia, non è un linguaggio facile. Forse dipende dal modo arcaico di scrivere o forse dalle capacità di dante che riesce a rendere le parole, più poetiche e allo stesso mento, un po’ più difficili. Così captavo qualche parola o parte di frase, ma per il resto, non riuscivo a seguire. Invece, potevo sentire la cadenza della voce, il suono delle parole, quasi in una lingua sconosciuta, dolci e dure, come sassolini che balzano sulla superficie dell’acqua. Quando lui ha finito, ho sussurrato un grazie e mi sono avanzato di qualche passo per ascoltare un altro canto.
In piazza maggiore, c’era un altro ragazzo che leggeva. La sua voce non aveva la sicurezza e ogni tanto lui si inciampava. Forse era l’accumularsi di tutte le esperienze di aver ascoltato altri canti, o forse era qualcosa nella sua voce o forse era la strana sensazione di essermi fermato per sentire qualcosa di inaspettato. Non so cosa era, ma all’improvviso, mi sentivo commosso.
E’ propria bella Bologna, questa città che ogni tanto riesce a stimolare emozioni così forti e profonde!
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Dovevo andare al quartiere san vitale per ritirare le chiavi della sala. Ho preso la bicicletta e fatto tutto il via Lame e poi, via Ugo Bassi-Rizzoli, fino alla strada maggiore. Poi, girato dentro la piazza Aldrovandi, sono andato sotto i portici, per andare su via san vitale. Ho guardato verso la strada e sono rimasto sorpreso, pioveva forte. Erano passati soltanto pochi minuti da quando ero entrato sotto i portici e non avevo preso ne anche una goccia d’acqua!
Ho lasciato la bicicletta sotto i portici, tirato fuori l’ombrello dalla borsa e sono andato dentro al quartiere in vicolo Bolognetti. Ormai veniva giù dell’acqua come i monsoni indiani. Dopo 15-20 minuti, quando ho finito, pioveva ancora. Cosa faccio, ho pensato per un attimo.
Alla fine ho deciso, che avrei lasciato la bicicletta li sotto i portici e poi preso un autobus per andare in ufficio. Guardavo intorno per decidere dove andare per prendere l’autobus che ho notato che non pioveva più. Alla fine ho preso la bicicletta e sono arrivato in ufficio senza sentire ne anche una goccia d’acqua.
Naturalmente, una volta dentro l’ufficio, ha ripreso a piovere forte di nuovo. In pomeriggio, quando ho finito di lavorare, come aspettavo, non pioveva più. E ha aspettato che arrivasi fino a casa, prima di riprendere a piovere.
Già una volta avevo avuto la sensazione che qualcuno mi seguiva con una nuova tutta per me e faceva piovere dove andavo. Questa volta la sensazione era l’opposta. La natura aveva deciso che quel giorno non mi avrebbe bagnato.
Lo so che cosa direte. Era solo un caso. Invece, quella mattina, ero sicuro che esiste un dio da qualche parte, questo dio che vive dentro la natura, e che quel giorno voleva giocare con me.
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