Diario Di Un Viaggio in Congo Sunil Deepak, 2004

16 novembre, mattina

Sono solo le 6 di mattina e fuori c’è un sole inconsueto per novembre. Sembra di Congo Brazzaville, picture by Sunil Deepakessere in estate. Sono in un albergo alla periferia della città vicino al fiume Congo. Di notte, si vedevano le luci di Kinshasha dall’altra parte del fiume. Il fiume fa da frontiera tra i due paesi. Con un battello puoi arrivare in altro Congo, il Congo belga, in pochi minuti. E’ questa la tragedia di tutti i paesi ex-colonie di qualche potenza europea. Da questa parte sta il Congo francese e dall’altra, il Congo belga, divisi ancora dopo 30 anni dalla partenza di belgi e francesi. Cosi Brazzaville ha il suo aeroporto con due voli al giorno e dall’altra parte Kinshasha ha il suo aeroporto con forse 4-5 voli al giorno.

Il volo da Bologna per Parigi era partito con più di un’ora di ritardo. Ero sicuro di aver perso la coincidenza per Brazzaville. Invece appena sceso dall’aereo, ho trovato un signore con un cartello che mi aspettava. Mi ha accompagnato in macchina fino alla porta dove partiva il volo per Brazzaville. Poi arrivati a Brazzaville, all’aeroporto mi hanno portato alla sala vip, dove c’erano i funzionari dell’ufficio dell’OMS. “Non ho il visto..”, ho cercato di spiegare. Non vi sono problemi, la ragazza mi ha fatto un sorriso di una che è abituata ad affrontare problemi ben più gravi. Ha preso il mio passaporto e mi ha fatto uscire senza nessun tipo di controllo. 10 minuti dopo aver lasciato l’aereo, ero già in macchina dell’OMS. Non avevo altro bagaglio, ma vi erano altri funzionari dell’OMS per i quali dovevamo aspettare. Mentre aspettavamo, ho potuto guardare un po’ della vita normale dell’aeroporto di Congo Brazzaville, picture by Sunil DeepakBrazzaville – i ragazzi che chiedono elemosina, “Mamma, da mi qualcosa, non ho mangiato”, chiedevano alla signora ugandese seduta accanto a me. “Signore, compri questa sabbia di Congo”, mi chiedeva un ragazzo con una bottiglia piena di sabbia colorata messa dentro in modo per fare disegni geometrici. Con questi viaggi, spesso è l’unica parte del paese vera che si riesce a vedere da dietro le barriere delle macchine con aria condizionata. Questa volta nel nostro programma c’è anche una visita ad un centro di riabilitazione nella città – almeno così ci sarà la possibilità di parlare con le persone "normali" del posto.

Non volevo venire per questa riunione a Brazzaville. Ero già stato qui 15 anni fa e ne avevo un ricordo triste. L’altra volta, almeno avevo visitato l’ospedale di Kimbau nell’altro Congo ma questa volta ne anche quello è possibile perché devo tornare in Italia e non posso fermarmi. E’ brutto essere così vicino a Chiara ma non poter vederla.

Oggi non abbiamo impegni se non di vederci con il responsabile dell’OMS per concordare e pianificare la riunione che inizierà domani mattina. Spero che per l’ora di pranzo avremmo finito tutte le discussioni e poi, potrò andare per una passeggiata. Non fa molto caldo, verso mezzo giorno dovrebbero esserci 30-31 gradi. Qui l’ufficio dell’OMS inizia lavoro alle 7 di mattina e finisce alle 15,00, ma non la nostra riunione che avrà persone da altri paesi africani. Inizieremmo la riunione alle 9,00 e finiremmo alle 17,00.

17 novembre 2004

Il fiume Djoué raggiunge il fiume Congo vicino a Brazzaville. C’è un lembo di terra stretto tra il Djoué e il Congo che si chiama il quartiere Djoué. La sede dell’OMS si Congo Brazzaville, picture by Sunil Deepaktrova qui, sul fiume Congo. Dall’altra versante, sul fiume Djoué c’è il nostro albergo Protea, che si definisce la spiaggia di Brazzaville. Veramente la spiaggia non c’è anche perché il fiume scende qui da una diga, ed ha una corrente così forte che è difficile pensare di andare sulla “spiaggia” senza avere la paura di essere portati via. L’acqua fermata dalla diga forma un lago che forma la frontiera nord del quartiere Djoué.

La sede dell’OMS è un conglomerato di bungalow stile anni coloniali e ampi spazi verdi circondati da mura e guardie. Dappertutto vi sono alberi di mango, così tanti che nessuno considera più il mango come un frutto. Il piatto di frutta alla colazione del nostro albergo presenta papaya e ananas ma non ha i manghi. Albergo stesso ha poche camere, costruito come un bungalow con due piccole piscine, ed è sempre pieno di Congo Brazzaville, picture by Sunil Deepakospiti dell’OMS come noi. In questi giorni oltre alla nostra riunione hanno la riunione della medicina tradizionale. Uomini con vestiti tradizionali dei sciamani girano dappertutto alla cena. Con 110 dollari al giorno (prezzo scontato per l’OMS), l’albergo è un’oasi lussuosa in confronto alla povertà della città.

La guerra civile è finita nel 1997 ma i segni delle battaglie e i buchi creati da mortai sono dappertutto nella città. Anche la sede dell’OMS era stata area della guerra con diversi morti. Per diversi anni, l’ufficio regionale dell’OMS si era spostato a Harare in Zimbabwe. Il militare che occupa l’incarico del presidente del paese, ha occupato il palazzo dopo un colpo di stato, e ha fornito ampie garanzie per riavere l’OMS qui. Dicono che gli ospiti delle Nazioni Unite portano 50% del prodotto lordo nazionale del paese e senza di loro l’economia non saprebbe cosa fare. In un paese verdissimo con alberi pieni di manghi e fiumi gonfi di acqua, la gente muore di fame. Non c’è lavoro, mi dice la moglie di uno dei camerieri dell’albergo. “Forse in India troverò lavoro”, lei mi chiede con un sorriso, “vorrei andare via di qui, qui non c’è futuro.”

Dall'altra parte del fiume Congo, si alzano alcuni grattacieli di Kinshasa – sembra un piccolo New York. Ai due lati del “Wall street”, la strada vicino al porto, uomini e donne sostano con pacchi di banconote per Congo Brazzaville, picture by Sunil Deepakscambiare i dollari e gli euro. E’ la borsa di Brazzaville. Vi sono diversi agenti di scambio sulle sedie a rotelle. Un grattacielo tutto luccicante di vetri colorati si alza in mezzo agli edifici butterati di guerra. “Anche questo era stato danneggiato durante la guerra e si parlava che era pericolante e si doveva buttarlo giù." Comunque, non è stato buttato giù. Guardie armate e belle luci lo circondano. La strada di Corniche scende dietro il palazzo del presidente e gli altri palazzi della sicurezza interna e dell’ordine pubblico, lungo il fiume Congo. Ragazzi con occhi disperati guardano il fiume e le luci di Kinshasa, parlano con voci basse. Un ragazzo seduto su una panchina sta scrivendo una lettera, si alza la testa per guardarmi. La sera scende sul Brazzaville.

18 novembre 2004

Abbiamo finito la prima parte della riunione per oggi. Fra poco dovrei andare a mangiare e poi Congo Brazzaville, picture by Sunil Deepakpartiremo per una visita ad alcuni centri di riabilitazione nella città. Ieri ho lavorato tantissimo dalla mattina fino a sera tardi per finalizzare tutte le presentazioni e le discussioni della giornata. Oggi mi è andata un po’ meglio.

Ieri sera ha piovuto per lungo tempo. Veniva giù tanta acqua. Mentre lavoravo al computer, sentivo il rumore dell’acqua che cadeva sul tetto di lamiera della camera. Era così romantico.

Oggi è il compleanno di Nadia. Le ho mandato un SMS e poi, lei mi ha risposto. Sembra una cosa banale ma quando uno è isolato in un posto lontano da tutto, è quasi miracoloso. Oggi durante la riunione qualcuno parlava dell’impatto dei telefoni cellulari sulle persone disabili, i quali possono sentire la chiamata dalle vibrazioni e possono leggere gli sms e come questo ha facilitato le comunicazioni in maniera incredibile. Problema è solo che i poveri non hanno i cellulari! La tecnologia aiuta quelli che stanno bene. Se non hai soldi per acquistare i mezzi, rimani tagliato fuori.

Il costo della vita qui è molto alto. Non avendo alternative si deve mangiare sempre le stesse cose Congo Brazzaville, picture by Sunil Deepaknello stesso ristorante, quasi sempre seduti agli stessi tavoli. Un pranzo costa almeno 15 e 20 dollari senza ordinare delle cose particolari. Comunque, sono qui solo per 4 giorni e il venerdì sera ripartirò per cui non serve lamentare troppo!

Stamattina durante la riunione abbiamo avuto un intervento del dott. Ibrahim Samba, il direttore regionale dell’OMS per l’Africa. Lui andrà in pensione fra qualche mese. Ha fatto un intervento molto franco e quasi brutale sulle problematiche dell’Africa, lasciando tutti i partecipanti un po’ sorpresi. In fatti, quando lui ha finito di parlare, vi è stato un lunghissimo applauso.

19 novembre 2004

Oggi è il mio ultimo giorno a Brazzaville. Stasera partiamo anche se non ho ancora ricevuto il mio passaporto e il biglietto aereo dall’OMS. Stamattina mi sono svegliato con il canto degli uccelli – tante melodie diverse e stravaganti.

Ieri pomeriggio siamo andati in un villaggio alla periferia sud della città. Il villaggio sta Congo Brazzaville, picture by Sunil Deepakvicino ad una caserma militare e forse per questo era teatro di lotte sanguinose durante la guerra civile. Era impressionante vedere una casa distrutta dopo l’altra. Scheletri di case scoperchiate in fila come i fantasmi del passato. Avevo i brividi e mi sembrava di sentire le urla delle persone. La guerra è finita da 7 anni ma ancora i segni vi sono dappertutto. Al villaggio abbiamo incontrato una piccola cooperativa delle donne – tutte vedove rese disabili durante la guerra. Facce giovani con occhi vecchi che guardavano il mondo con una tristezza struggente. Mi sono vergognato dal mio mondo sicuro dove mi preoccupo dell’impossibilita di collegare all’internet per leggere la posta e le altre piccole preoccupazioni banali. In questo mondo comodo è tutto diverso. Dove si esce da un ufficio con aria condizionata, e si siede in un pullman con aria condizionata, si fanno piani per la cena della sera mentre si va in giro come turisti per vedere il dolore e le disgrazie degli altri. Separati quasi sempre dal mondo triste e verdissimo dai vetri del pullman, che fa sembrare tutto come un documentario visto alla tivù.

Al ritorno dal villaggio ci siamo fermati in un'altra cooperativa dentro la città dove si fanno i lavori di falegnameria. Sono entrato in una capanna di lamiera coperta con le tende sintetiche ricamate. Era il ristorante di Jean Paul, un signore che sembrava che avesse 40 anni, un po’ calvo. Aveva tre pentole con i tre piatti del giorno – pesce, agnello e fagioli. Per un pasto in questo ristorante si paga da 500 a 1000 franchi CFA (1 Euro è pari a 650 franchi CFA). Jean Paul era un muratore. Durante la guerra ha perso gli attrezzi di lavoro e si era ferito. Un anno fa ha deciso di aprire questo ristorante. Congo Brazzaville, picture by Sunil DeepakDice di guadagnare circa 30.000 Franchi al mese. Ha due figlie. La scuola elementare costa 6.500 franchi al mese per ciascun bimbo. Jean Paul mi ha invitato a mangiare al suo ristorante. Ho detto che non avevo fame e dovevo stare con il gruppo che doveva partire.

Al paese dei manghi, non ho trovato un negozio che vendesse questi manghi. Lungo la strada si vedono file di alberi di mango pieni di frutta. Hanno i colori così invitanti. Avrei voluto comprarne un po’ da portare con me ma non sono riuscito.

Quelli dell’OMS sono ossessionati dalla sicurezza degli ospiti – siamo in un posto isolato dal resto della città e non possiamo andare da nessuna parte senza prima dover camminare due-tre chilometri. Ma poi la giornata finisce chiusi dentro la sala della riunione. Almeno questa volta i rappresentanti dei paesi venuti per la riunione sembrano motivati e interessati. Parlano con la rabbia e frustrazione di un continente caduto in un abisso di disperazione, da dove sembra che non esiste via di uscita perché al resto del mondo non ne importa niente.

20 novembre 2004

Sono in aereo per il volo da Parigi a Bologna. Il viaggio da Brazzaville a Parigi è andato bene. Ho dormito per circa 4 ore e ho guardato un film con con Bruce Willis – era una stupidaggine. Dall’altra parte, il check-in a Brazzaville era una cosa allucinante. C’era un caos incredibile con controlli continui e ogni volta tiravano fuori tutto dalle valigie. Ho avuto subto problemi quando siamo arrivati all’aeroporto quando per entrare dentro hanno controllato il mio passaporto e hanno trovato che non avevo un visto. Il funzionario dell’OMS che mi accompagnava ha spiegato che ero ospite dell’OMS e che avevo il timbro d i entrata normale sul mio passaporto. La guardia non era convinta ma dopo un po’ di storie mi ha lasciato entrare. Il mio unico rimpianto di questa visita rimane quello di non aver potuto comprare i manghi da portare a casa!

La riunione è finita bene. Tante persone sono rimaste meravigliato quando hanno visto la bozza del rapporto che avevo preparato. E’ stato possibile perché durante tutte le discussioni prendevo appunti sul computer mentre parlavano e così ho raccolto tutte le testimonianze e raccomandazioni che facevano.

Questo viaggio dura solo un’ora e 15 minuti. Presto sarò a casa.

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