Donne: Quale Accesso Ai Servizi Sanitari? di Sunil Deepak, aprile 2003

< p>Nel 1978, i firmatari della Dichiarazione di Alma Ata, in rappresentanza dei governi di quasi tutti i paesi del mondo, si assunsero l’impegno internazionale di raggiungere l’obiettivo “Salute per tutti entro l’anno 2000”. La strategia di salute di base era stata individuata come la chiave per conseguire tale risultato, nell’ambito dello sviluppo globale. La Dichiarazione di Alma Ata riconosceva la salute come diritto umano fondamentale e dichiarava inaccettabili le vistose diseguaglianze nello stato di salute tra i popoli. Di fatto, la Dichiarazione riconosceva la necessità di una solidarietà tra i popoli per il conseguimento di “Salute per tutti”: “Un livello accettabile di salute per tutti i popoli del mondo è raggiungibile tramite un pieno e migliore utilizzo delle risorse del mondo, gran parte delle quali sono utilizzate attualmente per gli armamenti e le guerre”.

La proposta di fornire a tutti gli esseri umani nel mondo i servizi di sanità di base entro il 2000 era indubbiamente lodevole e segnava un rilevante cambiamento di prospettiva riguardo le strategie sanitarie, proponendo un approccio socio-politico globale alla salute, anziché considerare quest’ultima una questione esclusivamente bio-medica. Ciononostante, il suo impatto sull’accessibilità dei servizi di sanità di base per le donne è stato decisamente limitato, essendo il focus puntato soltanto su alcuni bisogni femminili, specificatamente quelli legati alla pianificazione famigliare e alla maternità.

Negli anni ‘70 e ’80, il movimento femminista ha attirato l’attenzione verso le difficoltà legate all’accesso delle donne ai servizi di sanità di base, soprattutto per le donne povere nei paesi in via di sviluppo. È evidente che malattie quali tubercolosi, malaria, malnutrizione, infezioni parassitarie, anemie ecc. hanno conseguenze ben più devastanti sulle donne che sugli uomini.

CAMPAGNA PER L’ACCESSO DELLE DONNE AI SERVIZI SANITARI

È stata lanciata il 28 maggio 2003 dalla Rete Globale per i Diritti Riproduttivi delle Donne in collaborazione con il Movimento dei Popoli per la Salute e varie associazioni internazionali e nazionali operanti in campo sanitario. Per i prossimi due anni (durata della Campagna) sono previsti vari eventi finalizzati a suscitare interesse e ad attirare l’attenzione sui problemi connessi alla salute delle donne.

L’APPROCCIO DEL “CICLO DELLA VITA”

È stato proposto dalla Piattaforma internazionale per l’azione, sorta nell’ambito della Conferenza internazionale delle donne, svoltasi a Pechino nel 1995. L’approccio richiede un’analisi dei problemi che caratterizzano le varie fasi del ciclo della vita delle donne, al fine di formulare strategie. Ciò significa individuare i problemi che colpiscono le bambine nei primi anni di vita, quelli legati all’adolescenza, per poi arrivare ai primi anni di matrimonio e così via. Tuttavia, alcuni gruppi di donne hanno fatto presente un limite non trascurabile dell’approccio: esso non affronta le questioni legate alla razza, casta ed etnia, le cui ripercussioni su temi quali lavoro, gravidanza, e matrimonio sono lampanti, in quanto assumono significati diversi nei vari gruppi, anche all’interno dello stesso paese.

LA VIOLENZA SULLE DONNE

Il problema della violenza contro le donne è una questione complessa che non riceve adeguata attenzione da parte dei servizi sanitari. Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo, grazie soprattutto alle campagne di sensibilizzazione su questo tema portate avanti dalle organizzazioni delle donne. Il legame tra violenza e stato di salute delle donne è evidente: oltre al trauma dell’aggressione, subentrano altre questioni sanitarie strettamente correlate alla violenza, tra cui, ad esempio, depressione e suicidio. Pochi sono, d’altro canto, i programmi strategici in questa direzione, anche a causa dei forti pregiudizi sociali che inibiscono dall’affrontare apertamente il problema.

La violenza sulle donne in Cina

Secondo un rapporto pubblicato dal settimanale Newsweek1, dopo centinaia di anni di violenza perpetrata ai danni delle donne, finalmente il governo cinese si è deciso ad affrontare la questione. Dalle indagini governative risulta che un terzo dei mariti cinesi abusa della moglie o dei figli. Il tasso di suicidi tra le donne cinesi è tra i più alti al mondo, dato che, in qualche modo, potrebbe essere legato all’elevato tasso di violenza domestica.

Per anni, le autorità cinesi hanno considerato la violenza domestica una questione interna alle famiglie, escludendo di fatto un coinvolgimento statale. Punto di svolta è stata la Conferenza internazionale delle donne (Pechino, 1995), dopo la quale il governo cinese si è finalmente risolto a prendere sul serio la questione. Nel 2002 è stata approvata una legge che consente alle donne di chiedere il divorzio sulla base di violenze domestiche ed è significativo il fatto che ben due terzi dei divorzi in Cina si fondino su questa motivazione.

In alcune società, inoltre, sopravvivono determinati costumi il cui influsso sulle pratiche di violenza femminile è evidente. In paesi quali Pakistan, Yemen e Giordania, infatti, è accettabile uccidere una donna “disonorata”, cioè una donna che ha avuto “rapporti sessuali fuori dal matrimonio”. La legge islamica della Sharia infligge punizioni estremamente severe - fino alla morte - per comportamenti giudicati “contro la castità”.

In periodi di guerra, le donne diventano bersagli sin troppo facili della violenza sessuale. I testimoni del genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 hanno riportato migliaia di casi di abusi sessuali sulle donne tutsi da parte degli uomini di etnia hutu2.

L’aumento della povertà e delle situazioni di conflitto in varie parti del mondo ha provocato un aumento impressionante nel numero di casi di violenza contro le donne. In tutto questo, i programmi di sostegno alle vittime di violenze sono scarsi e la maggior parte degli operatori sanitari non ha un’adeguata formazione per riconoscere e rispondere a questi bisogni particolari. Anche la gravidanza e la malattia aumentano le possibilità per le donne di subire violenza.

La violenza sulle donne in gravidanza in Brasile4

Quella sulle donne in gravidanza è uno degli aspetti più tragici e anche ampiamente sconosciuti della violenza sulle donne. Le stime della violenza sessuale e fisica sulle donne gravide in Brasile parlano di percentuali che raggiungono anche il 20%. I dati dei rapporti ufficiali sono decisamente più bassi ma le indagini condotte dalle donne tramite interviste confidenziali presentano un quadro ben più grave. In uno studio effettuato sulla popolazione femminile, il 25% delle donne hanno raccontato le violenze subite nei 6 mesi successivi al parto, pertanto è chiaro che si tratta di un periodo particolarmente vulnerabile tanto per le mamme che per i neonati. Questo genere di violenza è in gran parte opera di mariti, fidanzati o conviventi, raramente di estranei. Un altro studio condotto su diversi gruppi ha messo in luce una maggiore frequenza e severità della violenza sulle donne bianche.

I DIRITTI RIPRODUTTIVI DELLE DONNE

In molte società le donne non hanno in mano le redini della propria vita. Le decisioni in ambito matrimoniale - se, quando e chi sposare, quanti figli avere e quando averli – spettano alla famiglia, in particolare ai maschi. Una volta sposate, poi, tutte le decisioni sono appannaggio del marito e della famiglia di lui. Pratiche violente quali la mutilazione genitale femminile sono il prodotto di una cultura che esige la sottomissione della donna, in quanto essere inferiore, oggetto di proprietà altrui e pertanto senza diritto sulla propria sessualità.

Cambiare le tradizioni per salvaguardare le donne. Le campagne contro la mutilazione genitale femminile3

Ogni anno, nel mondo, circa 2 milioni di ragazze subiscono mutilazioni agli organi genitali. Nell’Africa subsahariana questa pratica interessa ben 28 paesi. Le donne sottoposte a questi interventi rischiano emorragie, infezioni, infertilità e difficoltà durante i parti. Da diversi anni le associazioni delle donne sono impegnate nella diffusione di campagne contro questa usanza. In alcuni paesi, tra cui Burkina Faso, Repubblica Centroafricana, Ciad, Egitto, Ghana, Senegal, Tanzania e Togo, esistono leggi che vietano queste pratiche, tuttavia le leggi da sole non bastano: occorre che siano le società stesse a voler porre fine al fenomeno. Benché le donne continuino ad avere difficoltà a far sentire la propria voce, alcuni segnali positivi in questa direzione si sono visti. In Senegal, Mali e Burkina Faso le associazioni di base hanno avviato dibattiti tra uomini e donne nelle aree rurali, per affrontare e discutere di questo problema. In Burkina Faso è attivo un servizio telefonico che riceve circa 30 chiamate al mese.

La questione dell’aborto illegale e di tutti i problemi ad esso associati – infezioni, emorragie, infertilità, mortalità materna - è un fattore rilevante che influisce sullo stato di salute delle donne in molti paesi del mondo. Per fare qualche esempio: la Nigeria vanta il triste record di un tasso di aborti illegali tra i più alti al mondo (circa 610.000 all’anno), il Kenia segue a ruota, infatti si stima che circa un terzo delle morti materne abbiano questa origine; le cose non vanno meglio nell’Europa dell’Est, con una proporzione del 25%.

Molti paesi, inoltre, hanno istituzionalizzato l’aborto come strategia di pianificazione famigliare. Una serie di fattori congiunti tra cui la facilità di ricorrere all’aborto nelle strutture pubbliche, i forti pregiudizi sociali contro le bambine e la possibilità di conoscere in anticipo il sesso dell’embrione, grazie alle nuove tecniche di ecografia e amniocentesi, hanno originato un vasto mercato di feti femminili in paesi quali l’India, dove la percentuale di femmine tra i neonati è scesa drasticamente. A questo proposito, il Movimento dei Popoli per la Salute ha lanciato nel paese una campagna di sensibilizzazione, chiedendo al governo indiano di vietare l’utilizzo nelle cliniche private di queste tecnologie atte a predeterminare il sesso dell’embrione.

DONNE E MALATTIE INFETTIVE

Essendo spesso più povere e malnutrite, le donne sono particolarmente vulnerabili alle malattie infettive (in Africa, la tubercolosi è la prima causa di mortalità femminile). A ciò si aggiungono i forti pregiudizi sociali e culturali che esse sono costrette ad affrontare per accedere alle cure. Le donne affette da tubercolosi, ad esempio, rischiano di subire violenza domestica e divorzio, e i servizi sanitari possono rifiutare di curare donne con malattie sessualmente trasmissibili. Anche il virus dell’AIDS, in molti paesi dell’Africa, colpisce maggiormente le donne che gli uomini.

D’altro canto, raramente i programmi di sanità di base prevedono strategie specifiche mirate ad individuare e curare le donne colpite da malattie infettive.

Situazione delle donne in India5

Nei paesi sviluppati, la proporzione donne–uomini è di 1.000/1.010 a 1.000. Le donne hanno infatti un vantaggio biologico: vivono più a lungo. In India, invece, il numero delle donne è in costante calo: se nel 1945 si contavano 945 donne per 1.000 uomini, nel 2000 il numero delle donne era sceso a 929.

Per quanto riguarda la mortalità materna, nei paesi sviluppati essa si aggira su valori di 10 morti per 100.000 nascite mentre in India i valori sono di 1.100 per 10.000. Il tasso di mortalità dovuta alla tubercolosi tra le donne indiane è quattro volte superiore a quello per mortalità materna.

CAMPAGNA PER L’ACCESSO DELLE DONNE AI SERVIZI SANITARI

La campagna, nata per chiedere ai governi un’assunzione di responsabilità riguardo alla salute delle donne, si prefigge i seguenti obiettivi:

  • I governi devono garantire a tutti i cittadini il diritto alla salute. In questa linea, devono istituire (o rafforzare, se già esiste) una Commissione preposta al monitoraggio del diritto di accesso delle donne ai servizi sanitari.
  • I governi devono instaurare meccanismi che facilitino la partecipazione delle donne ai processi decisionali. La fornitura di acqua potabile, la costruzione di servizi igienici e l’istruzione primaria sono tutti ambiti di stretta connessione e ripercussione sulla salute femminile. Le donne dovrebbero inoltre rivestire un ruolo significativo nella definizione dei servizi sanitari per la comunità.
  • I governi devono assicurare la presenza, all’interno dei servizi sanitari, di strategie specifiche per raggiungere le donne, tenendo conto di determinati fattori quali condizione socio-economica, etnia, casta, religione, preferenze sessuali, e assicurare che questi servizi siano resi accessibili alle donne più povere e svantaggiate.
  • I governi devono riconoscere la salute come una questione globale e multisettoriale, che richiede pertanto soluzioni globali. Per quanto concerne la violenza sulle donne, ad esempio – problema che riguarda gli uomini al pari delle donne - la ricerca di opportune strategie per debellarla dovrebbe partire da un processo inclusivo che punti al coinvolgimento di entrambi i sessi.
  • I governi devono assicurare l’accesso ai servizi sanitari di base alle donne economicamente impossibilitate a pagarli.

Maggiori informazioni sulla Campagna, insieme ad un’ampia documentazione sulle principali problematiche legate alle donne sono reperibili sul sito Internet della Rete Globale delle Donne per i diritti riproduttivi.

Il dossier sulla campagna è disponibile, solo in inglese, sul sito dell’AIFO.

Bibliografia

  • 1 SCHAFER S., Trouble at home, Newsweek 20 gennaio 2003, pp. 22-23.
  • 2 LANDESMAN P., Lo stupro come arma di guerra, Internazionale 13-19 dicembre 2002, pp. 28-36.
  • 3 NIRIT BEN-ARI, Changing Tradition to Safeguard Women, Senegal newsletter 78, WGNRR, www.wgnrr.org
  • 4 D’OLIVIERA ANA L., “Violence during Pregnancy”, Elimination of Violence against women: In earch of solution, OMS, Ginevra, 1999.
  • 5 A world where we matter, Towards People’s Health Assembly, PHA – India, http://www.sochara.org/Book4/index.htm

Nota: Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Amici dei Lebbrosi in giugno 2003.

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