VIAGGI Un racconto di Sunil Deepak

“Per favore Dada, aiutaci a trovare una soluzione”, Debu mi aveva pregato. Ci eravamo messi in un angolo, mentre gli altri continuavano a discutere animatamente, e ogni tanto, qualcuno di loro sbirciava verso di noi.

Loro pensano che se hai le conoscenze giuste e magari se sei disponibile a pagare delle bustarelle, puoi fare qualunque cosa. Può darsi che questo sia vero, ma forse non ho le conoscenze giuste. In ogni caso so che cercare di ragionare con la burocrazia e aspettarsi da loro un po’ di comprensione umana, è da folli. Avevo già spiegato loro che ne avrei parlato con uno dell’ambasciata indiana a Roma che conoscevo, anche se ero sicuro che sarebbe stato difficile trovare una soluzione perché nessuno si vorrà assumere alcuna responsabilità.

Alla fine gli avevo risposto: “Farò del mio meglio ma non so se riuscirò ad ottenere qualcosa. Ti chiamerò domani.”

“Grazie, Dada”, Debu si era chinato per toccarmi i piedi in segno di rispetto. Mi chiamava “Dada”, il fratello maggiore, anche se ci eravamo conosciuti soltanto quel pomeriggio. Poteva anche chiamarmi “Ciacia”, lo zio, ma forse non voleva farmi sentire troppo vecchio!

Quale soluzione si può trovare per lo sfortunato Hari? Soltanto gli scoiattoli, gli uccellini, l’aria, l’acqua … possono attraversare le frontiere senza problemi. Le ceneri possono viaggiare chiuse in un’urna o volare nel vento ma per gli esseri umani, anche se sono morti, ci vogliono i documenti giusti.

E poi, mi chiedo, per la sua famiglia in India cosa cambierà? Ormai hanno perso il loro Hari, punto e basta. Non tornerà mai più. A cosa serve insistere per farlo cremare in India?

Il piccolo gruppo di bengalesi mi guardava con speranza. Erano sicuri che se avessi voluto, avrei trovato una soluzione. Sicuramente molti di loro sono passati dagli inferni per arrivare fin qui in Europa, dovrebbero sapere come è fatto il mondo! Come fanno a pensare che la burocrazia si commuoverà soltanto perché i figli di Hari vogliono vedere il corpo del loro padre per l’ultima volta?

“Va bene andiamo, altrimenti perderò il treno", avevo sussurato a Debu.

Mi sentivo così stanco. Ero partito alle sei di mattina da casa ed ero arrivato a Imperia quasi all’una di pomeriggio. Debu mi aveva telefonato la sera prima. Conoscevo Hari da molti anni, quando lui abitava a Bologna. In ospedale, capita la gravità della sua malattia, aveva spiegato a Debu: “Parlane a Babu Moshai, lui troverà una soluzione.”

Hari era indiano, ma aveva il passaporto del Bangladesh. Per molti anni aveva vissuto in Germania, ma poi aveva deciso di venire in Italia per vivere vicino ad alcuni parenti bengalesi. Per qualche anno, aveva vissuto a Bologna prima di spostarsi in Liguria.

“Gli indù sono perseguitati nel Bangladesh. Quando gli inglesi hanno suddiviso il Bengala in Pakistan dell’est e Bengala occidentale indiano, diversi miei parenti sono rimasti lì in Pakistan. Poi il Pakistan dell’est è diventato il Bangladesh. Gli indù avevano sempre convissuto con i vicini musulmani senza problemi. Tutto è invece cambiato da quando i conservatori musulmani sono diventati più potenti. Eravamo più del 22 percento della popolazione nel 1947, ma oggi siamo meno del 9 percento. Per cui, come un indù del Bangladesh è più facile ricevere lo status del rifugiato in Europa”, Hari mi aveva spiegato.

Da subito, Hari, aveva iniziato a chiamarmi Babu Moshai, il signore gentiluomo.

“Hai visto il film ‘Anand’? Somigli proprio ad Amitabh Bacchan di Anand, perciò ti chiamerò Babu Moshai”, mi aveva detto.

Avevo fatto finta di arrabbiarmi ma dentro di me ne ero lusingato. Era un film vecchio di trent’anni fa e parlava di un’amicizia tra un medico idealista ed un giovane ammalato di cancro. Nel film Anand, il giovane malato di cancro si rivolgeva al suo amico medico chiamandolo Babu Moshai.

“Allora anch’io ti chiamerò Anand, va bene?” E avevamo riso.

Forse non avrei dovuto dargli il nome Anand, gli avevo portato sfortuna! Hari è morto giovane, come l’eroe Anand del film.

“Ha la famiglia in India, moglie e figli. Vogliono vedere il suo corpo per l’ultima volta. La salma deve tornare in India per la cremazione. Me l’ha chiesto lui prima di morire e gliel’ho promesso". Debu piangeva. Diceva di venire dallo stesso villaggio di Hari e per questo motivo Hari era come un parente per lui e non poteva rimangiarsi la parola data all’amico.

Come si può far si che la salma di uno con un passaporto del Bangladesh possa essere portato in India per la cremazione?

***

Debu mi aveva fatto salire sul treno per Genova. “Dada, ecco qui, sul foglio ho scritto tutto. Troverai la concidenza a Genova e arriverai a Bologna poco prima di mezzanotte.” Poi mi aveva fermato alla porta del treno, “Non ti preoccupare per le spese Dada. Abbiamo fatto una colletta tra di noi e copriremo tutte le spese di Hari.”

Avevo fatto un cenno con la testa senza dire niente, ma dentro di me mi vergognavo un po’. Mi ero posto il problema delle spese per il trasporto della salma! Ed ero un po’ preoccupato che loro si aspettassero che io mi offrissi per coprirle.

Era un treno regionale e non c’era molta gente. Avevo subito trovato un posto vicino al finestrino.

Ero stanco, e cullato dal gentile movimento del treno, mi sono addormentato. Non so per quanto tempo io abbia dormito e alla fine, lentamente, mi sono svegliato. Ancora con gli occhi chiusi, sentivo il brusio delle loro voci. Cercavano di parlare a voce bassa. Si erano sistemate sui sedili di fronte a me.

C’erano molti altri posti liberi nella carrozza, perché si sono sedute proprio davanti a me? Forse si sentivano rassicurate dalla mia barba bianca? Erano giovani e parlavano in una lingua che non conoscevo, con qualche parola in inglese. Probabilmente venivano dalla Nigeria.

“Scusate, dove siamo?” ho chiesto.

Una di loro, che sembrava la più vecchia delle due, ha aggrottato la fronte guardandomi con irritazione, pronta a difendersi con le unghie. L’altra sembrava molto giovane, sui sedici anni. Nessuna delle due mi ha risposto.

Che cosa avevo fatto di sbagliato? Forse nel sonno mi si erano scompigliati i cappelli e non sembravo una persona rispettabile? Ho ripetuto la mia domanda in inglese, cercando di sorridere per dimostrare la mia innocuità.

“Voghera, siamo a Voghera”, mi ha risposto in italiano quella che sembrava più vecchia. Aveva una voce scontrosa, di una che è abituata a lottare.

“Grazie”, ho risposto e ho fatto finta di richiudere gli occhi. Invece continuavo a guardarle sottecchi.

Portavano lunghi vestiti colorati africani ed erano quasi senza trucco. La ragazza più giovane era molto bella. Bisbigliavano tra loro. Ogni tanto ridevano. Poi entrambe si sono alzate insieme, lasciando le loro borse sui sedili. Forse erano andate in bagno?

Ero molto stanco e mi sono quasi riaddormentato. Dopo un po’ ho risentito le loro voci. Erano tornate. Avevano i vestiti arrotolati in fagotti e portavano nuovi vestiti succinti e sgargianti. La ragazza più vecchia aveva un vestito rosso con delle cose luccicanti sopra, scollatissimo, si vedevano i suoi grossi seni. Era così corto da fermarsi appena sotto la zona pubica. L’altra indossava una giacca nera di pelle, altrettanto scollata, con dei mini pantaloncini neri, anch’essi in pelle, che mettevano in risalto le sue lunge gambe senza fine.

Sono tornate a sedersi davanti a me. Avevano messo i fagotti dei vestiti dentro le borse e tirato fuori del materiale per truccarsi.

Le donne sono così affascinanti quando si truccano, sopratutto se pensano di non essere osservate! Tenevo gli occhi semichiusi e continuavo a sbirciarle mentre cambiavano i loro volti.

Accentuare il nero delle sopraciglia, spalmare colori sulle palpebre, delineare gli occhi dentro recinzioni nere, allungare le ciglia degli occhi a filo spinato, spalmare rosa sulle guance, rossetti rosso sangue circondati da recinzioni scure. Tutto con una mano sicura che non si lasciava distrarre dall’ondeggiamento del treno, sotto il controllo critico di piccoli specchietti.

Mentre le guardavo pensavo alla preparazione di una geisha giapponese descritta in un libro che avevo letto. Lei, lì, si copriva la faccia con la pasta bianca di riso. Un po’ come le ragazze di Ilha, in Mozambico, che si coprono le facce con la pasta di massiro. Maschere bianche che galleggiano nel buio della notte come fantasmi; fantasmi che ridono e chiacchierano, mano nella mano, lungo le strade circondate dalle rovine delle case che portano le cicatrici della guerra civile, dentro le quali si intravede la schiuma bianca delle onde del mare.

E pensavo alle lunghe descrizioni sulla preparazione delle cortigiane prima degli incontri amorosi, nel Kamasutra di Vatsyayana.

Si può amare la persona che entra dentro nel tuo corpo perché ti ha pagato? C’è amore nella passione anche quando ti pagano per viverla? Cosa sognano le ragazze minorenni costrette a vendere il proprio corpo tutte le notti? Si può vendere il corpo senza vendere l’anima?

Lo squillo del telefonino aveva interrotto le mie riflessioni. Le due ragazze, facendo finta di niente, avevano continuato a truccarsi.

“Si? Pronto.”

Era Debu. Voleva sapere se ero riuscito a prendere la coincidenza per Bologna.

Ormai non potevo più fare finta di dormire: “Siete della Nigeria?” ho chiesto.

La ragazza più vecchia aveva di nuovo aggrottato la fronte, scontrosa. Fu la più giovane a rispondermi questa volta: “No, siamo del Ghana.”

Aveva una voce infantile.

“Sono stato nel Ghana. Ad Accra, a Ankaful, a Takoradi". Sorridevo. “E voi di dove siete?”

“Di nessuna parte!”, fu la ragazza più grande a rispondermi a denti stretti. Si era alzata in piedi e aveva fatto alzare anche la sua compagna. Avevano preso le loro cose e si erano spostate verso l’uscita.

Capivo la loro paura. La barba bianca e il fatto di essere un extracomunitario non basta per rassicurare neanche in questi casi. Anzi, forse potrebbe essere un ulteriore motivo di preoccupazione. Chissà quante ne vedono di persone come me.

Eravamo arrivati a Piacenza. Era lì che dovevano scendere.

***

Per molto tempo avevo continuato a pensare alle due ragazze e cercavo di immaginare le loro vite. Forse risparmiavano i soldi per mandarli a casa. Come faceva Hari da vivo. I parenti che restano nei villaggi sanno come sono stati guadagnati quei soldi che arrivano? Forse lo sanno, ma fanno finta di non saperlo. E se qualcuna di queste ragazze si beccasse il virus dell’Aids avrebbe la possibilità di farsi curare in un ospedale? E quando muoiono, dove saranno seppellite?

Mi torna in mente Hari. “C’è il fiume Tista vicino al mio villaggio. E’ un fiume capriccioso. Delle volte si riduce ad un rigagnolo come un bambino piccolo e malnutrito che ha bisogno di essere protetto e curato. Altre volte diventa un oceano infinito che ingoia tutto: animali, esseri umani, alberi. Quando è morta la mia bambina, che aveva due anni, l’abbiamo data a madre Tista”. Hari si era fermato e mi aveva guardato con un piccolo sorriso: “Babu Moshai, lì voglio finire, quando sarà il mio momento, sulle rive della madre Tista.”

Mi ero addormentato di nuovo pensando alle passeggiate che facevo con Hari e alle nostre infinite discussioni.

Non so per quanto tempo avevo dormito quando sono stato svegliato di soprassalto. Qualcuno mi stava toccando la spalla. Era il controllore.

Mi ci era voluto un po’ per ricordare dove avevo messo il mio biglietto. Era dentro la tasca della giacca.

“E’ indiano lei, vero?”

Mi sono raddrizzato e ho cercato di aprire gli occhi un po’ di più, per vederlo. Era magro e un po’ calvo. I cappelli che aveva ai lati erano quasi bianchi. La sua faccia era segnata dalle rughe, sulla fronte e intorno alla bocca. Era il viso di una persona sensibile, che ha sofferto molto.

“Si, sono indiano.”

Si è messo seduto di fronte a me: “Le dispiace se le parlo un po’?”

Ho scosso la testa per dire che non mi dispiaceva. Ero leggermente incuriosito. Controllori, camerieri, vigili, le persone in divisa, se non le conosco già, non riesco a vederle come persone, sono solo delle divise per me. Faccio fatica a ricordarmele appena giro le spalle.

“Odio l’India!” ha detto. Era come se avesse queste parole sepolte dentro di sé da tanto tempo e all’improvviso gli fossero uscite come dei missili con una piccola esplosione. Sono trasalito e forse lui ha visto la paura sul mio viso.

“Mi scusi”, ha proseguito a voce più bassa, “ma odio l’India. Il vostro paese ha rovinato la mia famiglia".

Non gli ho risposto, sono rimasto lì nell’attesa che lui si spiegasse meglio. Forse è un malato mentale, ho pensato, o forse soltanto stressato.

Lui ha sospirato, la sua faccia era diventata ancora più stanca e cupa mentre mi guardava con angoscia. Poi, sospirando di nuovo ha tirato fuori un fazzoletto stropicciato dalla tasca e si è asciugato la fronte. Per un po’ è rimasto lì a guardarmi con atteggiamento provocatorio, sfidandomi a contraddirlo, mentre continuava a stropicciare il fazzoletto con le sue mani.

Avrei voluto fargli qualche domanda, ma poi ho atteso che lui parlasse.

“Mio figlio, lui amava l’India. L’amava alla follia. Non pensava a nient’altro. Era partito per il vostro paese. Chissà cosa gli avete fatto? E’ stato lì per più di un anno. E’ tornato, ma non era più lui. L’ambasciata italiana di Bombay l’ha aiutato a tornare in Italia. Se fosse rimasto lì sicuramente sarebbe morto. Chissà cosa ha fatto, quali droghe ha fumato. Non è più lui da allora. E’ tutta un’altra persona ...”

Era rimasto lì per circa 10 minuti continuando a parlare della sua sofferenza, di suo figlio che seguitava a creargli dei problemi.

Non gli ho detto niente. Pensavo a Lalli Gigi, una parente lontana, che viveva a Varanasi e che vedevamo soltanto ai matrimoni o ai funerali. I lunghi pomeriggi caldi di quei giorni venivano riempiti di chiacchiere.

Lalli diceva, “Poveri disgraziati. Chissà che gente sono i loro genitori che li lasciano partire così da soli. Poveri, sono come dei cani randagi. Fumano gangia e bevono bhang con i sadhu e stanno lì sui ghat in riva al fiume. Girano semi nudi, neanche le ragazze si vergognano ad andare in giro così. Mi fanno tanta pena. Chissà come sono queste famiglie vilayati che non riescono a prendersi cura dei propri figli.”

Per Lalli tutti i bianchi erano vilayati, inglesi. Tutti la prendevano in giro, anche perché parlava un dialetto avadhi che a noi sembrava così strano e non sempre si capiva quello che diceva.

“Adottane uno Gigi, se ti fanno così tanta pena! Scegline uno giovane e bello e prenditi cura di lui. Chissà, magari un giorno ti porterà a Vilayat con se” Qualcuno le aveva detto con malizia. Tutti sapevano che Lalli era rimasta vedova da giovane.

“E’ tutta colpa dei Beatles e di Mahesh Yogi” sentenziò mio cugino Naren.

“Cosa c’entrano i Beatles con questi hippy, papà?” aveva chiesto Chunnia, sua figlia.

“Perché sono loro che hanno cominciato la moda dell’India. Loro sono venuti a cercare un guru e la pace spirituale. George Harrison, Paul MacCartney, Ringo Starr e il quarto che non mi ricordo più come si chiamava. Facevano la musica con il sitar di Ravi Shanker. Sono loro i colpevoli! ‘Lucy in the sky with diamonds’, cantavano le lodi dell’LSD. Così, tutti i figli dei fiori delusi dal materialismo occidentale hanno visto l’India come il paradiso della droga e della liberazione”, Naren aveva spiegato.

“Mi scusi”, disse il controllore alzandosi, chiaramente imbarazzato per il suo sfogo.

Ho cercato di sorridergli per dimostrargli che le sue critiche sull’India non mi avevano ferito, e che capivo la sua disperazione di padre. Doveva essere tremendo vedere il proprio figlio spegnersi davanti a te e non poter far niente. Pensare alla vita che avrebbe potuto avere e, invece, dover fare i conti con la realtà disperata.

Anche la famiglia di Hari doveva affrontare una simile disperazione.

“Hai mai mangiato del pesce così gustoso, Babu Moshai?” Hari mi aveva chiesto. Era venuto a casa nostra e aveva insistito per cucinare. Veramente era un po’ troppo piccante per me, ma non glielo avevo detto. “Soltanto noi bengalesi sappiamo come cucinare il pesce. Mio figlio Nanhu adora quando io cucino il pesce, dice che cucino meglio di sua mamma”.

Non lo vedeva da 7 anni il suo Nanhu. “Sono qui per loro, per Nanhu e Bitiya. Loro possono studiare e diventare qualcuno. Magari uno scrittore come te, Babu Moshai e non uno zoticone come me!” E aveva riso per la propria battuta. Rideva in silenzio Hari, con la bocca spalancata e tutta la faccia deformata in una smorfia, ma senza nessun suono.

Mi aveva fatto vedere la sua foto. Era un ragazzino magro con occhi grandi e teneva in braccio la sua sorellina. Dovrebbe essere diventato un giovanotto ormai, il piccolo Nanhu. Voleva diventare un ingegnere. Hari me lo aveva detto al telefono, quando gli avevo parlato per l’ultima volta, prima della sua malattia. Come si sarà sentito quando gli hanno detto della malattia di suo padre? Saprà che suo papà ora è morto?

Eravamo arrivati a Bologna.

“Domani mattina chiamerò l’ambasciata”, ho pensato mentre scendevo giù dal treno. Hari deve tornare alla madre Tista.

*****

Nota: Questo racconto è uscito sulla rivista Incroci nel 2008.

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